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i nostri all'eroica

di Danilo Fullin

Finora sono tre i nostri compagni che hanno voluto assaggiare la polvere delle colline del Chianti correndo l'Eroica, una delle più massacranti prove su terreno misto che si svolge nel mese di Ottobre, con partenza e arrivo a Gaiole. Ecco il racconto delle loro imprese, con le loro impressioni all'arrivo

 
NATALINO MILANESI

È il nostro portabandiera dell’Eroica. La prima l’ha corsa nel 2007, quando si potevano ancora usare le bici moderne, ma lui l’ha affrontata comunque con la sua Benotto del 1980. Poi non ha più mancato un appuntamento con la corsa di Gaiole, ed è arrivato ormai a quota cinque. Da due anni  non gli lasciano più fare il percorso classico lungo, ma per lui non è un problema: del resto, anche il percorso medio (135 km) è un banco di prova dei più difficili.

Ma la prima volta non si scorda mai. “E’ vero – racconta Milan – me la ricorderò per sempre. Quella volta me ne sono successe di tutti i colori. Non avevo alcuna esperienza di queste corse, così ho cercato di stare insieme ad altri corridori, ma ho forato 3 volte e sono rimasto da solo, così nella discesa di Montalcino ho sbagliato strada e sono finito fuori percorso. Dopo una curva mi hanno fermato i Carabinieri, chiedendomi dove stavo andando: io non sapevo più dov’ero finito, allora mi hanno guidato loro a rientrare nel tracciato. Intanto, però, avevo fatto almeno una ventina di chilometri in più... Poi, a un certo punto, mi accorgo che nella tasca non ho più il sacchetto dei documenti, con la tessera dei controlli: scendo dalla bici, disperato, ma ricordo di essere poco prima passato vicino a dei cespugli, e allora torno indietro a piedi a cercarli, e per fortuna li trovo lì, per terra...”

Ce n’era già abbastanza per mollare tutto e attendere la “scopa”, ma Milanesi non si arrende: “E l’era minga finida... – continua - quando cominciava a farsi sera, durante una discesa ripida ho sbagliato ancora strada e sono finito sparato a tutta velocità dentro un agriturismo dove stavano bevendo l’aperitivo... Alla fine sono arrivato che ormai era buio pesto e stavano già togliendo gli striscioni. Ero ridotto come uno straccio, ma ce l’avevo fatta!”. Era stata davvero una prova terribile. “Io e mio figlio eravamo all’arrivo - gli fa eco la moglie Pinuccia – ma ormai avevamo quasi perso le speranze di rivederlo... Pensate che, dopo, per mangiare ho dovuto imboccarlo io, perché non riusciva a tenere il cucchiaio da quanto gli tremavano ancora le mani”.

Ma dopo un’esperienza del genere, dove hai trovato il coraggio di tornare a Gaiole? “Non potevo restare solo con quel ricordo. Infatti, l’anno dopo e le volte successive è stata tutta un’altra storia. E tornerò ancora. In questo tipo di corse e su questo tipo di tracciati, l’esperienza è fondamentale”. E’ tanto vero che adesso Milanesi non ha problemi a partecipare anche a tutte le gran fondo riservate alle bici d’epoca.

 

LUIGI CAPELLANI

È stato il primo dei nostri a cimentarsi con questa corsa, che non poteva certo mancare nel suo ricco carnet. Era il 2004 e da allora Capellani di edizioni ne ha corse altre due (nel 2006 e nel 2007), in totale tre, tutte sul percorso lungo, sempre con la sua inseparabile Colnago, quando ancora non era obbligatoria la bici d’epoca. Cosa ricorda Capellani di quelle imprese? “Devo dire che mi è sempre andata bene – racconta Luigi – ho sempre corso con il bel tempo e ho forato solo una volta. Queste sono corse nelle quali è necessaria molta fortuna”. Ma noi sappiamo bene che non si è trattato solo di fortuna: Capellani, da ottimo randonneur qual è, ha un’esperienza di competizioni lunghe e difficili che pochi possono vantare e siamo convinti che proprio quella profonda conoscenza sia alla base del suo successo in questo tipo di corse.

“Certo, sono sempre stato molto attento in corsa – continua Capellani – specialmente nei tratti in discesa, perché quando si corre in tanti e su questo tipo di sterrato, il rischio di vederti cadere davanti qualcuno e di finirci sopra, oppure di sentirti arrivare addosso qualcuno da dietro, senza poterci far nulla, è altissimo. Senza contare poi che devi spesso fare i conti con i guai meccanici: è fondamentale anche come tratti la bici in queste corse”. Lo dice uno che nel 2008 ha tagliato il traguardo dell’Amstel Gold Race a piedi, con la bici nella mano destra e la catena rotta nella mano sinistra.

Ma che tattica hai usato in corsa per riuscire ad arrivare a Gaiole senza particolari problemi? “Le prime due volte, dato che non conoscevo bene il tracciato, ho seguito alcuni compagni d’avventura già esperti di questa corsa, cercando di capire bene come gestire la fatica e il percorso, mentre l’ultima che ho corso, quella del 2006, l’ho fatta tutta completamente da solo, proprio per non rischiare nulla. Ho impiegato 12 ore, ma sono arrivato così bene, che avrei potuto ripartire per farne un’altra...”. Come mai dopo quella volta non hai più partecipato? “Basta con l’Eroica, ne ho corse tre e credo siano sufficienti. Poi avevo in mente di cercare anche altre avventure ciclistiche”. Sono passati alcuni anni da allora, ma mentre lo dice, il suo sguardo vola lontano a cercare ancora altri traguardi. E soprattutto altri colli da scalare, visto che vuole arrivare a 2000.

 

DANILO FULLIN

“Questa non è una corsa, è un massacro!” sono state le sue prime parole all’arrivo, dopo aver fatto il lungo dell’edizione 2011, a cavallo di una Bianchi degli anni Settanta. Era la prima volta che affrontava l’Eroica e pensava che anche la sua esperienza in mtb marathon l’avrebbe aiutato ad affrontare il tracciato nel modo migliore. Ma quello che ha trovato non se lo aspettava proprio così: “In una corsa su strada – afferma Fullin - metti alla prova soprattutto polmoni e gambe, in una gara di mountain bike devi far lavorare anche le braccia, ma hai il vantaggio della bici ammortizzata. Qui invece metti a dura prova tutte le parti del corpo: polmoni, gambe, braccia, spalle, mani, schiena... e anche la testa perché se non vuoi forare o, peggio, cadere devi stare sempre concentrato e attentissimo a dove metti la ruota”.

Quindi non basta avere esperienza di gran fondo su strada e di mtb marathon per affrontare nel modo migliore l’Eroica: “Le strade bianche di Toscana – spiega Fullin - non sono semplici sterrati. Se il clima è molto secco, come quest’anno, il fondo è durissimo e rugoso, per via della traccia indurita lasciata dal passaggio dei trattori e dei mezzi cingolati. Mentre vai, devi cercare i punti della strada con meno rughe, per evitare che la bici salti da tutte le parti, oppure seguire la traccia lasciata da chi ti precede, sperando che abbia scelto quella giusta. In discesa devi rallentare e frenare molto, con il risultato che a ogni salita successiva parti praticamente da fermo, senza poter sfruttare il lancio della discesa precedente”.

Inoltre c’è il problema della bici, le più recenti non hanno meno di 30 anni e su questo tipo di tracciato si può solo sperare che funzioni tutto bene: “Io non ho mai forato – continua Fullin - perché sono stato sempre molto attento a dove mettevo la ruota, ma sono stato anche fortunato. Comunque, sono arrivato al traguardo con la ruota davanti storta per via di un raggio allentato, con un pedale che scricchiolava sinistramente e con un grosso bernoccolo nel tubolare posteriore, pronto a scoppiare. Però ne ho visti tanti fermi ai lati della strada e altri che al telefono chiedevano soccorso con la bici irrimediabilmente guasta”.

Tornerai a Gaiole? “Sicuramente – conclude Fullin – perché l’Eroica è uno spettacolo unico e indimenticabile, ma farò il percorso breve, sostanzialmente il giro dei ristori, dove ti offrono di tutto e di più, dalla ribollita alla pasta e fagioli, e poi il vino... Il lungo mi è bastato farlo una volta. E non lo consiglio a nessuno.”